Steven Wilson è ancora il grande artista che conoscevamo.

steven wilson

Il fatto che Steven Wilson fosse un artista d’eccezione era già appurato da tempo. Basti pensare a tracce come FootprintsLinton Samuel Dawson (un omaggio a Lucy In The Sky With Diamonds?), entrambe colonne portanti del demo-tape Love, Death & Mussolini, ovvero di quel magnifico embrione che di lì a poco avrebbe preso la forma del progetto musicale che oggi conosciamo come Porcupine Tree.

Tuttavia in quest’articolo non voglio analizzare la carriera del suddetto artista nella sua totalità, poiché risulterei prolisso e anche un po’ presuntuoso. Focalizzerò dunque la mia attenzione (e la Vostra) sull’ultimo prodotto del Wilson solista, o su ciò che dovrebbe anticipare il suo quinto album. Si tratta infatti di un EP composto da sei tracce, di cui tre esclusivamente strumentali, posto nel mezzo tra Hand.Cannot.Erase e l’album che dovremmo poter ascoltare entro la fine di quest’anno. E se la matematica non è un opinione, tra 4 e 5 si trova il 4 1/2.

La traccia di apertura, My Book of Regrets, è forse quella che maggiormente rispetta i canoni Prog-Rock propri di Wilson. È abbastanza chiaro in questo pezzo quale fosse l’intenzione dell’artista, ossia quella di ricreare un’atmosfera familiare, accogliente per chi conosce ed apprezza le sue composizioni, senza tuttavia risultare elitario o, peggio ancora, “già sentito”. Il risultato è un pezzo ben scritto ed universalmente apprezzabile, in cui sono evidenti le reminiscenze dei Porcupine Tree ma anche le peculiarità stilistiche dell’artista.

Year of the Plague è la prima delle tre tracce integralmente strumentali. La sua sonorità apparentemente malinconica cela in effetti una più ampia gamma  di sfumature: evoca infatti una moltitudine di risvolti emozionali, risultando piacevole all’ascolto sia in un tiepido pomeriggio primaverile, magari in un parco poco affollato, sia nel traffico grigio e stagnante di uno scialbo lunedì mattina. È un perfetto intermezzo tra la prima traccia, molto più energica e tenace, e la successiva Happiness III.

Quest’ultima, seppur notevolmente più corta, riprende quelle che sono le “linee-guida” di My Book of Regrets, con tonalità prevalentemente vivaci e gioviali. Connotazioni che non trovano invece seguito in Sunday Rain Sets In, cedendo il loro posto a sconforto ed angoscia. Se infatti Year of the Plague trasmetteva un amabile senso di tranquillità, in questo pezzo strumentale si percepisce un’affannosa inquietudine. Sembra quasi che i due brani siano le proverbiali facce opposte della stessa medaglia.

La terza ed ultima traccia strumentale è Vermillioncore, e si distingue da tutte le altre per la sua aggressività, guidata da un basso deciso e martellante. Anche qui Wilson ha giocato abilmente con il contrasto, accostando le sonorità sconfortanti della traccia precedente ad un pezzo forte ed impetuoso.

A chiudere le danze è una riedizione di Don’t Hate Me, grande classico dei Porcupine Tree al quale peraltro non sono stati apportati significativi cambiamenti. Ciò nonostante, stando all’eco dei social, i fan preferiscono la versione originale  del ’98.

In conclusione, è quantomeno doveroso riconoscere l’altissima qualità del lavoro svolto da Wilson per questo EP, soprattutto se si considera che è “soltanto” un EP. Per l’album completo dovremo aspettare qualche mese, o forse anche qualcosa di più, ma una cosa è certa: Wilson ha generato grandi aspettative.